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cane ufficio

Il cane in ufficio? Per noi è sì.

Condividere lo spazio di lavoro con un animale (diverso dal collega) è una pratica che si va diffondendo. Noi la testiamo quotidianamente e ne siamo entusiasti: il perché ve lo raccontiamo qui.

La nostra è, per scelta, un’azienda pet friendly. Prima ancora che la scienza confermasse i benefici del dividere la postazione con le proprie bestiole, noi sperimentavamo la convivenza tra specie diverse (e no, non stiamo parlando dei soci).

Oggi quasi tutto lo staff di 365 gradi ospita in casa animali da compagnia (anzi, nel caso delle socie Chiare sono loro stesse gli animali da compagnia dei propri gatti), anche se per ragioni logistiche solo uno ha finito per diventare ospite fisso dell’ufficio: ladies and gents, siamo lieti di presentarvi il nostro Fonzie.

Fonzie è un bulldog francese di 5 anni. È piovuto tra le braccia di Francesca dopo la prematura dipartita di Matley, la nostra prima mascotte ufficiale, e Francesca, che sa riconoscere un segno del destino quando ne vede uno, non ha esitato ad acchiapparlo al volo. Dopo qualche settimana di convivenza, Fonzie prendeva il sole sdraiato sull’asciugamano assieme al fidanzato di Francesca, ed era diventato l’ombra della sua nuova mamma umana.

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In quanto ombra la segue anche in ufficio, ha il suo divano privato – anche se non disdegna di frequentare quello della sala d’attesa – e mangia in enormi ciotole personalizzate.

Il suo contributo al benessere generale è innegabile: durante il giorno si divide con imparzialità tra i diversi uffici, segue con passione interviste telefoniche e operazioni commerciali, collabora agli incontri di formazione e stimola i presenti a compiere esercizio fisico portandolo a spasso.

Vero team-builder, partecipa con entusiasmo ai pranzi comunitari: lo si può vedere mendicare bocconcini ora da uno, ora dall’altro commensale, e la sua tenacia è tale che si rassegna solo quando l’ultimo ha abbandonato il tavolo. Trotterella allora fino al suo giaciglio, dove si accomoda con aria infelice.

Mai tanto infelice, comunque, come quando viene lasciato fuori dalla stanza nella quale si svolgono i colloqui di lavoro: si sdraia sul tappeto, ventre a terra e orecchie flosce, e rimane a fissare la porta in attesa che la sua amata torni a lui. E quando finalmente l’uscio si apre e Francesca riappare, Fonzie per qualche istante riesce a farci ricordare che, in fondo, è davvero un cane: salta, scodinzola, guaisce, addirittura galoppa.

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Tutto perfetto, dunque? Quasi. Perché anche Fonzie un piccolo difetto ce l’ha: alla presenza del socio Rigamonti si emoziona talmente da… lasciarsi scappare manifestazioni gassose della sua gioia. Ma dal momento che siamo una società seria, tra il rinunciare al socio Rigamonti e il rinunciare a Fonzie abbiamo trovato un valido compromesso: apriamo preventivamente le finestre, raggiungendo tra l’altro il doppio obiettivo di ricambiare l’aria e ossigenare i cervelli.

Se quindi vi state chiedendo se accogliere anche voi un Fonzie in azienda, il nostro suggerimento, del tutto gratuito, è senz’altro sì. Spalancategli le porte (e le finestre) con la massima tranquillità: non ve ne pentirete.

comunicazione stile

Comunicazione: lo stile

Lo stile nella comunicazione: chiarezza, precisione, leggerezza, eleganza, espressività e consapevolezza sono strumenti fondamentali per esprimersi meglio, sia a voce sia scrivendo.

Fin dal suo primo vagito in culla, 365 gradi ha avuto un chiodo fisso: la formazione di soci e collaboratori. Quella personale, da portare avanti ciascuno per proprio conto – leggendo, informandosi, partecipando a convegni e seminari – e quella in aula, da organizzare per condividere logiche e pratiche aziendali.

Con questa idea in testa abbiamo lanciato, nel febbraio scorso, un ciclo di tre incontri dedicati alla comunicazione per il personale di 365 gradi.
Vi proponiamo qui un “sunto” del primo, dove sunto sta tra virgolette perché per quanto sintetico è comunque un bel malloppino.
Potete leggerlo tutto d’un fiato o tornarci a più riprese.

Il questionario
Per prima cosa abbiamo chiesto a tutti i partecipanti (una decina di persone) di rispondere ad alcune domande: cos’è per te la comunicazione? Quali sono gli strumenti di comunicazione che usiamo in 365 gradi? Come li valuteresti? Cosa cambieresti o miglioreresti?
Partendo dalle risposte abbiamo costruito un pomeriggio di “lezione ad hoc” per presentare l’argomento e analizzare il tema.

Cos’è la comunicazione
Interazione, trasmissione, condivisione, parlare, strumento per avvicinare, atteggiamento, gesti: risposte corrette ma ovviamente parziali, perché “comunicare” è l’insieme di tutto questo. Ogni cosa che facciamo comunica qualcosa, compreso il tentativo di non comunicare nulla.
E ogni comunicazione si compone di tre parti: stile (come lo facciamo) strumenti (attraverso quali canali) e contenuti (cosa).

Comunicazione | Stile

In questo primo incontro ci siamo focalizzati sullo stile. Per discuterne abbiamo preso a prestito l’elenco steso da Massimo Birattari nel suo Italiano: lo stile. Corso di sopravvivenza dei sei elementi che compongono lo stile comunicativo: chiarezza, precisione, leggerezza, eleganza, espressività, consapevolezza. Per ciascuno abbiamo preparato una breve introduzione e una serie di esercizi basati sul lavoro quotidiano in 365 gradi.

Chiarezza
Scrivere chiaro è fondamentale, ma spesso risulta difficile: ci sono nemici sempre in agguato come i gerghi professionali (burocratese, legalese, commercialese, markettese…) e abitudini dure a morire, come il ricorrere a termini pomposi nella speranza di far sembrare più autorevole ciò che si scrive.
Auspicare, avere luogo, conferire, effettuare, espletare sono solo alcuni esempi di verbi che possono tranquillamente essere sostituiti da sinonimi quotidiani (augurarsi, accadere, parlare, fare, compiere), aumentando così la semplicità del testo. Stesso discorso vale per elaborate e amatissime locuzioni come dare comunicazione, portare a compimento, apporre la firma, rimpiazzabili con comunicare, finire, firmare.

In 365 gradi ogni giorno scriviamo contratti, proposte, accordi, richieste; rendere chiari i nostri testi è indispensabile, perché per lavorare correttamente dobbiamo farci capire.
Cerchiamo allora di tenere a mente una serie di indicazioni:

  • usare paragoni con elementi noti agli interlocutori;
  • rendere familiari le cose di cui parliamo;
  • per quanto possibile esaminare tutti i punti di vista;
  • trattare un argomento alla volta;
  • curare sintassi e grammatica.

Precisione
Se è vero che viviamo in un periodo nel quale distrazione e pressapochismo prosperano felici, per comunicare bene dobbiamo andare controcorrente, e attaccarci come cozze alla necessità della precisione. Idealmente, comunicare richiede una corrispondenza perfetta tra le idee, le cose che incarnano quelle idee e le parole che le esprimono. Ma già da Platone in poi sappiamo che rendere concrete le idee è faccenda delicata, e qualcosa si perde sempre: ragione in più per sforzarsi di essere precisi nel maneggiarle, sfruttando le possibilità di una lingua come l’italiano che ha parole (quasi) per tutto.

Cerchiamo il termine preciso per indicare quello che vogliamo dire, ricordando che no, non esistono due sinonimi perfettamente uguali, e no, questo o quello non fa lo stesso.
Se chiamiamo una cosa in un modo all’inizio di un testo, chiamiamola allo stesso modo fino alla fine. Ci sono casi in cui la ripetizione non è solo accettabile, ma pienamente giustificata. E rileggendo ricordiamoci di verificare tutte quelle minuzie che potrebbero sfuggire per mera distrazione: non solo refusi, virgole ecc., ma le date, i nomi delle persone, le località geografiche, i titoli di libri, film, canzoni.
In ufficio ricordiamo ancora con orrore quando in un contratto scrivemmo Guglielmo al posto di Gilberto solo perché andavamo di fretta (poi abbiamo rimediato, non temete).

Leggerezza
Quanto sia importante la leggerezza ce l’ha ricordato Italo Calvino nelle sue Lezioni americane. Essere leggeri nello scrivere è come esserlo in qualsiasi altro contesto: vuol dire “togliere peso”. Attenzione quindi agli elementi che appesantiscono la frase:

  • gli ablativi assoluti (quelle espressioni che iniziano con “Tenuta in considerazione la predetta variabile…”), comodi e facili da usare ma deleteri se ripetuti dieci volte di fila in altrettante righe;
  • i participi presenti usati come sostantivi (“i componenti il comitato”, “i frequentanti il corso”);
  • le terribili perifrasi (“con la presente siamo a comunicarle la variazione di…”).

Leggerezza è anche fluidità, è sciogliere i grumi di significati, distendendoli in frasi più agili che arriveranno meglio laddove devono; è potare senza pietà il fiorire di possessivi, avverbi, doppie negazioni; è arrivare in fondo a un periodo con la sensazione di aver percorso un sentiero fiorito, non di essersi arrampicati per una mulattiera cosparsa di pietroni.

Eleganza ed espressività
Nella comunicazione aziendale i testi sono quasi sempre di tipo professionale. Devono essere chiari, precisi, concisi.
Sembra non ci sia molto spazio per eleganza ed espressività, quando in realtà sono due alleate preziose per evitare di cadere nelle trappole del gergalese di cui accennavamo all’inizio.
Essere eleganti significa:

  • non usare parole sbagliate scambiandole per corrette (degradare per digradare);
  • parole inesistenti che abbiamo coniato per capirci “tra noi” ma che non hanno riscontro nel vocabolario;
  • parole logore (“eccellenza italiana”: quante volte l’abbiamo sentito? E chi crede ormai che ogni azienda sia “leader” nel proprio settore?);
  • parole imbruttite, povere derivazioni dall’inglese o deformazioni di termini italiani (schedulare la riunione, forwardare un documento).

Essere espressivi vuol dire:

  • spingersi un po’ più in là nella scelta della parola (“non mi piace il caffè”, “aborro il caffè”, “mi disgusta il caffè” vogliono dire grosso modo la stessa cosa, ma non esattamente la stessa);
  • mescolare registri diversi – con cautela – per vivacizzare la frase (antico e moderno, dotto e popolare, italiano e dialettale / straniero);
  • non abusare di metafore e figure retoriche, soprattutto se di nostra invenzione (le analogie servono per chiarire un concetto, ma se anziché riferirci a elementi comprensibili ne tiriamo in ballo di oscuri otterremo l’esatto contrario: “lugubre come il manto metallico del cavaliere morente” non è una buona scelta, per quanto possa suonarci poetica).

Consapevolezza
E infine la consapevolezza: sapere, cioè, che quando ci impegniamo a “capire” qualcosa lo facciamo mettendo in gioco ogni parte di noi, compresi i pregiudizi.
Provando a leggere tutti una stessa storia e poi a raccontarla per sommi capi, ci siamo accorti di come ciascuno scegliesse di dare risalto a un dettaglio piuttosto che a un altro, a volte finendo col viziare completamente i fatti descritti perché la narrazione partiva da un assunto infondato.

Essere consapevoli mentre si scrive (e si legge, e si parla) vuol dire affrontare il compito senza fretta, analizzare le premesse e le conclusioni, se necessario mettere in dubbio e verificare cose date per scontate. Sviluppare insomma uno spirito critico che metta al riparo da cadute nella faciloneria e nell’errore, che è tanto facile da commettere quanto difficile da riparare.

Vi è stato utile il post? Vorreste leggere più articoli come questo? Fatecelo sapere, commentando qui o scrivendoci sulla nostra pagina Facebook.

scrivere meglio

Scrivere tutti, scrivere meglio

Iniziamo a raccogliere risorse utili e affidabili sparse in rete. Oggi due siti fondamentali per imparare a scrivere (e pensare) meglio

Tra i vari altissimi scopi di questo blog c’è quello di raccogliere risorse utili nei settori dei quali ci occupiamo, per costruire nel tempo una sorta di “linkoteca” da sfruttare quando ci colgono dubbi e domande, o quando cerchiamo l’ispirazione per quella certa cosa.

Iniziamo da un punto alquanto delicato, ovvero l’importanza di scrivere in italiano corretto.
Nella storia non si è forse mai scritto tanto come in quest’epoca, eppure si continua a considerare lo “scrivere bene” qualcosa di legato a un talento o a una vocazione, come se chi non fa della scrittura una professione fosse autorizzato a mettere insieme parole a caso o a ignorare l’ortografia.

Sfatiamo quindi un primo mito: essere scrittori e saper scrivere sono due cose diverse, e la seconda riguarda tutti, perché TUTTI scriviamo. Che si tratti di un curriculum, di una mail, una chat su WhatsApp, una tesi di laurea, appunti a una conferenza, una pagina Facebook o una relazione programmatica, scrivere è un’occupazione che ci tiene impegnati per buona parte delle nostre giornate. Scriviamo per ricordare cose, per spiegare cose, ottenere cose, comunicare desideri e necessità.

In teoria a scrivere si dovrebbe imparare a scuola, ma dalle aberrazioni che trionfano tra libri, giornali e siti web, vediamo che non è sempre così. Pessimismo e fastidio, dunque? Rassegnazione al degenerare della lingua, al libero regno del “piuttosto che” e del “quant’altro”? Non necessariamente.
Perché, secondo mito da abbattere: cambiare si può. Si possono correggere le lacune, rinforzare i punti deboli, migliorare le capacità di espressione. Lo si può fare in molti modi, e tra questi uno dei più efficaci è rivolgersi a esperti che mettono la propria competenza a portata di tutti, come dimostrano magistralmente Luisa Carrada e Massimo Birattari.

Luisa Carrada è copywriter, comunicatrice, formatrice e autrice di una serie di eccellenti testi sulla scrittura professionale. È altresì la creatrice del sito Il mestiere di scrivere, la prima risorsa italiana nata espressamente per fornire articoli, consigli pratici e link per scrivere meglio. Luisa è stata una pioniera nel campo, dal momento che nel (lontanissimo) 1999 progettò il sito pensando a quello che lei stessa avrebbe voluto trovare in rete, e che ancora non c’era. Quest’anno Il mestiere di scrivere festeggia le 17 primavere, ma non è diminuita di una virgola la sua utilità: come Luisa ripete, la scrittura è una e una sola, e cambiano solo i suoi obiettivi, non gli strumenti. Il sito e il blog collegato sono una miniera di indicazioni per creare testi che funzionino, presentate con una lingua chiara, precisa, non banale, non iperspecialistica, non noiosa. La lingua come la vorremmo leggere e capire sempre.

Massimo Birattari è traduttore, consulente editoriale, copywriter e redattore di testi scolastici, nonché autore di libri per bambini e di alcuni preziosi volumi di “grammatica pratica”. Da qualche tempo gestisce anche un sito/blog, Grammaland (dal titolo di uno dei suoi maggiori successi), nel quale parla di dubbi – ovviamente – grammaticali, dà suggerimenti per imparare a scrivere in modo efficace e brillante, consiglia libri da leggere e link utili. Semplice, ben disegnato e pratico da navigare, è una risorsa preziosissima per sbrogliare matasse intricate a base di condizionali e periodi ipotetici.

Conclusione: cambiare, dicevamo, si può, a patto di volerlo fare. Non per diventare novelli Leopardi o Virginia Woolf o Jonathan Franzen, ma per esprimere i propri pensieri con maggiore precisione, chiarezza e semplice eleganza. Quello che diceva Nanni Moretti in Palombella Rossa vale ancora e varrà sempre: «Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!»
Vale anche per quelle scritte.

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OO-roscopo del mese: Gemelli

Come ogni testata che si rispetti, anche l’OO-blog ha il suo oroscopo. Anzi, l’OO-roscopo. Che inizia questo mese sotto il segno dei Gemelli.

Quando siete stanchi delle frasi fatte di Paolo, quando non vi ritrovate nelle auliche citazioni di Rob, quando ormai anche Branko non vi soddisfa più, potete rivolgervi alle divinazioni di OO-mino. Un oroscopo mensile, segno per segno, che vi darà una personalissima interpretazione degli astri letti dalla terra.

GEMELLI

“Se tardi a trovarmi, insisti,
se non ci sono in un posto,
cerca in un altro,
perché io son fermo da qualche parte ad aspettare te.”

Walt Whitman, poeta dell’America dei primi dell’Ottocento, scriveva queste parole riassumendo con stringata obiettività il carattere di un segno d’aria contrastato e ambiguo.
In piena fioritura a primavera, chi nasce sotto il segno dei Gemelli è solitamente brillante, intelligente e poliedrico. Più farfalla che ape operosa, svolazza di fiore in fiore per coglierne la bellezza, inebriarsi dei profumi e per godere del nettare. Questo però non deve far pensare che sia emotivo e sconsiderato: la parte razionale governa sempre le sue scelte creative.

A volte infatti più che farfallone sa essere camaleontico e capace di adattarsi alle situazioni in modo veloce, muovendosi su terreni impervi e coordinando con naturale eleganza i colori della sua vita. Questa peculiarità rende i Gemelli validi collaboratori sul lavoro, grazie soprattutto a una gran fantasia e a una forte immaginazione. Avendo una mente che vaga a piedi nudi nei campi del pensiero, sono curiosi, mutevoli, a volte incostanti ma certo molto spirituali e cerebrali. La distrazione, in genere un difetto, contribuisce a creare attorno a loro un alone di fascino e naturale simpatia.

Attratti dalla creatività e dalle persone che operano nelle arti, i Gemelli si innamorano di leader o personaggi in vista, per i quali possono essere validi compagni di vita – sempre che questi non vogliano bloccare loro le ali. Se volete assumente un Gemelli nella vostra azienda fatelo, vi porterà armonia, colore e fantasia, ma badate bene di inserirlo in una squadra dove l’elemento di terra sia forte e ben calibrato: troppa aria fa volare via le carte.

 

Metodo

Un magazine costruito con… metodo

Conoscere, progettare, costruire, confrontare, raggiungere: le cinque tappe del nostro metodo di lavoro raccontate in un case study

Uno degli aspetti migliori del nostro lavoro come consulenti è che ci capita di fare cose che non avremmo mai immaginato. Ad esempio, verso la fine dello scorso anno un gruppo multinazionale che produce e commercializza impianti per uso industriale ci ha chiesto di realizzare una newsletter sotto forma di magazine, da distribuire ai dipendenti sparsi (letteralmente) in tutto il mondo.
L’idea ci è piaciuta da subito, e ci ha permesso da un lato di sfruttare competenze trasversali di grafica e content management, e dall’altro di testare una volta di più il nostro metodo di lavoro e le sue cinque fasi: conoscere, progettare, costruire, confrontare, raggiungere.
Volete sapere come ha funzionato nel concreto? Eccovi accontentati.

Conosciamo il cliente, ci accostiamo al suo mondo, identifichiamo i suoi bisogni.
Come prima cosa abbiamo organizzato un incontro con i referenti dell’azienda, per chiarire quali fossero le loro aspettative. Abbiamo chiesto: perché una newsletter? Perché in forma di magazine? Che genere di notizie dovrà divulgare? Quale tipo di approccio tenere: istituzionale o più caldo? Con quale frequenza sarà pubblicata?
Siamo poi passati a valutare la fattibilità del progetto: il budget era sufficiente? Si poteva contare sulla collaborazione dei colleghi di altri dipartimenti e sedi? Chi avrebbe coordinato le operazioni?
Infine gli aspetti pratici: formato, colori, font, stile, tipo di carta, stampa.

Progettiamo la strategia più efficace, combinando le migliori risorse a nostra disposizione.
Partendo da tutti gli elementi raccolti abbiamo deciso insieme al cliente di produrre un numero di prova del magazine, il numero “zero”, da allegare al pacco-dono di Natale, e di vedere come l’avrebbero accolto i dipendenti. Abbiamo discusso su quali fossero i contenuti da inserire, e suddiviso tra le persone coinvolte i diversi compiti (richiesta e raccolta materiali, impaginazione, scelta della tipografia e via dicendo). Sulla base di questo abbiamo creato una griglia di massima da sottoporre ad approvazione. Una volta ottenuto l’ok, siamo passati alla fase operativa.

Costruiamo un progetto su misura per il cliente, basato sulle sue reali necessità.
Abbiamo realizzato un layout originale per il magazine, scelto un titolo e organizzato i contenuti sulle pagine a disposizione. Questa è stata forse la fase più divertente, nella quale abbiamo lasciato correre la creatività, sia nella grafica sia nei testi, provando e riprovando combinazioni diverse fino a ottenere un effetto che ci soddisfacesse.

Ci confrontiamo con il cliente lungo tutte le fasi del progetto, perché il cambiamento non può funzionare se non è condiviso passo per passo.
Una prima bozza è stata inviata al cliente, che ha proposto alcune modifiche (inserimento di nuovi elementi, eliminazione di altri, uso di carta riciclata per la stampa) e, soddisfatto del risultato, ha chiesto che se ne producessero più versioni in diverse lingue, per andare incontro ai dipendenti delle sedi non italiane. Questo ci ha costretti a rivedere parte del lavoro fatto, sia modificando layout ed elementi grafici, sia riorganizzando le tempistiche.
Per quanto siano generatori automatici d’ansia, cambiamenti di questo genere capitano sempre nei progetti nuovi: ci sono cose che non possono essere decise a priori, ma si rivelano strada facendo: per questo è importante mantenere un approccio flessibile, che permetta di cambiare le variabili in gioco proprio mentre si sta giocando.

Raggiungiamo l’obiettivo finale collaborando in modo produttivo con il cliente.
Una volta arrivati al prodotto definitivo, e dopo averlo controllato, ricontrollato e fatto approvare a tutti i livelli della gerarchia aziendale, abbiamo dato il via alle stampe e spedito il magazine ai quattro angoli del globo.
E subito dopo ci siamo dati appuntamento al mese successivo per… ricominciare da capo. Dopo le vacanze di Natale abbiamo infatti analizzato punto per punto lo svolgimento del lavoro: abbiamo messo il dito sulle criticità e deciso cosa poteva restare e cosa andava migliorato. Abbiamo analizzato le reazioni dei destinatari, che erano stati invitati a condividere via mail impressioni ed eventuali richieste.
Sulla base di questi feedback (i feedback sono fondamentali, sempre) abbiamo modificato il format del magazine e ricominciato il ciclo della “costruzione”: raccolta contenuti, organizzazione, bozze, modifiche, nuove bozze, fino alla produzione del secondo numero.

Con una terza uscita in lavorazione, oggi siamo sicuramente più preparati rispetto all’autunno scorso, con attrezzi più “affilati” e soluzioni più veloci. Eppure la novità, il contrattempo, l’idea sbucata da chissà dove ci saranno sempre, e capiterà ancora che ci si trovi un mattino a guardarsi in faccia chiedendosi: “e adesso?”.

Fa parte dello stile che abbiamo scelto, e anche se richiede fatica ci permette di saltare agili come gatti tra un ostacolo e l’altro, costruendo in diretta soluzioni che non sono mai perfettamente uguali a quelle precedenti, e non saranno mai come quelle future.
Parafrasando il signor Wolf, “siamo 365 gradi e risolviamo problemi.” Un pezzo alla volta.

365 gradi spritz

365 gradi e il potere creativo dello spritz

Le fortuite coincidenze che hanno portato alla nascita di 365 gradi, la sua intima missione e un “piccante” mistero irrisolto 

Quando un genio della Silicon Valley racconta di come ha tirato su la sua società multimilionaria, la storia prevede sempre tre elementi: un garage, un computer e parecchi cartoni di pizza.
Quella di 365 gradi, con veneta originalità, inizia invece con uno spritz consumato da due vecchi conoscenti che si ritrovano dopo vent’anni, rivangano i tempi della scuola e concludono l’incontro chiedendosi “perché non lavoriamo insieme?”.
Da una domanda estemporanea si originano mille fili che legano pian piano cose e persone, e portano gli aspiranti soci davanti a un notaio per giurarsi eterna fedeltà.

Il punto di partenza era quasi banale nella sua semplicità: creare un gruppo di lavoro composto da professionisti diversi – per esperienze e competenze – che avessero in comune una stessa idea di cosa vuol dire fare consulenza e fossero disposti a portarla avanti.
In questa idea entravano svariati elementi: la cura delle relazioni e non solo dei profitti, la passione per imparare, la convinzione che non si può fare tutto, ma con una rete solida di collaboratori si sa sempre a chi farlo fare, e la propensione a cercare soluzioni seguendo percorsi creativi, mantenendo un’immagine chiara e il più trasparente possibile.

Il cliente non va seguito a pezzetti ma nella sua complessa interezza: su questo assunto fondamentale abbiamo costruito un approccio a tutto tondo, la famosa visione a 360°, aggiungendoci però i nostri cinque elementi in più. Il risultato sono i 365 gradi coi quali ci siamo orgogliosamente battezzati.
(Anche se, a onor del vero, un’altra leggenda circola attorno a questo nome… Quella di una certa socia, la chiameremo Chiara per non scontentare nessuno, che in gioventù ebbe a dire con veemenza: “Io sono una persona con interessi a 365 gradi!” e, soddisfatta della propria uscita, la conservò negli anni per usarla al momento giusto. Voci di corridoio narrano che quella stessa uscita sia tatuata sulla socia medesima, ma se ciò corrisponda a verità, o dove si trovi la scritta, non ci è dato sapere.)

Il blog è morto? Viva il blog!

Ebbene sì, l’abbiamo fatto. Siamo online.

Da un po’ di tempo sentivamo il bisogno di cambiare qualcosa nel nostro modo di comunicare: avevamo voglia di farci vedere di più. Ci serviva un nuovo strumento, meno sintetico del sito, più immediato di una presentazione, più articolato di una pagina Facebook, per poter raccontare chi siamo e cosa facciamo.
Un posto dove parlare di come nascono i progetti in 365 gradi, di come li portiamo avanti, di come si concludano in gloria e qualche volta in fumo. Il nostro modo di lavorare, tra di noi e con i clienti, è quello che ci rende speciali, e volevamo dargli spazio.

Per questo abbiamo creato l’OO-blog (in omaggio a OO-mino, la nostra mascotte): sarà il nostro personale speakers’ corner * – e molto più comodo dell’originale – dal quale chiacchierare di ciò che ci preme di più. Non siamo guru e non abbiamo risposte definitive da dare, ma esperienze da raccontare e idee da condividere. Se volete seguirci, ora l’indirizzo ce l’avete.