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Comunicazione: lo stile

Lo stile nella comunicazione: chiarezza, precisione, leggerezza, eleganza, espressività e consapevolezza sono strumenti fondamentali per esprimersi meglio, sia a voce sia scrivendo.

Fin dal suo primo vagito in culla, 365 gradi ha avuto un chiodo fisso: la formazione di soci e collaboratori. Quella personale, da portare avanti ciascuno per proprio conto – leggendo, informandosi, partecipando a convegni e seminari – e quella in aula, da organizzare per condividere logiche e pratiche aziendali.

Con questa idea in testa abbiamo lanciato, nel febbraio scorso, un ciclo di tre incontri dedicati alla comunicazione per il personale di 365 gradi.
Vi proponiamo qui un “sunto” del primo, dove sunto sta tra virgolette perché per quanto sintetico è comunque un bel malloppino.
Potete leggerlo tutto d’un fiato o tornarci a più riprese.

Il questionario
Per prima cosa abbiamo chiesto a tutti i partecipanti (una decina di persone) di rispondere ad alcune domande: cos’è per te la comunicazione? Quali sono gli strumenti di comunicazione che usiamo in 365 gradi? Come li valuteresti? Cosa cambieresti o miglioreresti?
Partendo dalle risposte abbiamo costruito un pomeriggio di “lezione ad hoc” per presentare l’argomento e analizzare il tema.

Cos’è la comunicazione
Interazione, trasmissione, condivisione, parlare, strumento per avvicinare, atteggiamento, gesti: risposte corrette ma ovviamente parziali, perché “comunicare” è l’insieme di tutto questo. Ogni cosa che facciamo comunica qualcosa, compreso il tentativo di non comunicare nulla.
E ogni comunicazione si compone di tre parti: stile (come lo facciamo) strumenti (attraverso quali canali) e contenuti (cosa).

Comunicazione | Stile

In questo primo incontro ci siamo focalizzati sullo stile. Per discuterne abbiamo preso a prestito l’elenco steso da Massimo Birattari nel suo Italiano: lo stile. Corso di sopravvivenza dei sei elementi che compongono lo stile comunicativo: chiarezza, precisione, leggerezza, eleganza, espressività, consapevolezza. Per ciascuno abbiamo preparato una breve introduzione e una serie di esercizi basati sul lavoro quotidiano in 365 gradi.

Chiarezza
Scrivere chiaro è fondamentale, ma spesso risulta difficile: ci sono nemici sempre in agguato come i gerghi professionali (burocratese, legalese, commercialese, markettese…) e abitudini dure a morire, come il ricorrere a termini pomposi nella speranza di far sembrare più autorevole ciò che si scrive.
Auspicare, avere luogo, conferire, effettuare, espletare sono solo alcuni esempi di verbi che possono tranquillamente essere sostituiti da sinonimi quotidiani (augurarsi, accadere, parlare, fare, compiere), aumentando così la semplicità del testo. Stesso discorso vale per elaborate e amatissime locuzioni come dare comunicazione, portare a compimento, apporre la firma, rimpiazzabili con comunicare, finire, firmare.

In 365 gradi ogni giorno scriviamo contratti, proposte, accordi, richieste; rendere chiari i nostri testi è indispensabile, perché per lavorare correttamente dobbiamo farci capire.
Cerchiamo allora di tenere a mente una serie di indicazioni:

  • usare paragoni con elementi noti agli interlocutori;
  • rendere familiari le cose di cui parliamo;
  • per quanto possibile esaminare tutti i punti di vista;
  • trattare un argomento alla volta;
  • curare sintassi e grammatica.

Precisione
Se è vero che viviamo in un periodo nel quale distrazione e pressapochismo prosperano felici, per comunicare bene dobbiamo andare controcorrente, e attaccarci come cozze alla necessità della precisione. Idealmente, comunicare richiede una corrispondenza perfetta tra le idee, le cose che incarnano quelle idee e le parole che le esprimono. Ma già da Platone in poi sappiamo che rendere concrete le idee è faccenda delicata, e qualcosa si perde sempre: ragione in più per sforzarsi di essere precisi nel maneggiarle, sfruttando le possibilità di una lingua come l’italiano che ha parole (quasi) per tutto.

Cerchiamo il termine preciso per indicare quello che vogliamo dire, ricordando che no, non esistono due sinonimi perfettamente uguali, e no, questo o quello non fa lo stesso.
Se chiamiamo una cosa in un modo all’inizio di un testo, chiamiamola allo stesso modo fino alla fine. Ci sono casi in cui la ripetizione non è solo accettabile, ma pienamente giustificata. E rileggendo ricordiamoci di verificare tutte quelle minuzie che potrebbero sfuggire per mera distrazione: non solo refusi, virgole ecc., ma le date, i nomi delle persone, le località geografiche, i titoli di libri, film, canzoni.
In ufficio ricordiamo ancora con orrore quando in un contratto scrivemmo Guglielmo al posto di Gilberto solo perché andavamo di fretta (poi abbiamo rimediato, non temete).

Leggerezza
Quanto sia importante la leggerezza ce l’ha ricordato Italo Calvino nelle sue Lezioni americane. Essere leggeri nello scrivere è come esserlo in qualsiasi altro contesto: vuol dire “togliere peso”. Attenzione quindi agli elementi che appesantiscono la frase:

  • gli ablativi assoluti (quelle espressioni che iniziano con “Tenuta in considerazione la predetta variabile…”), comodi e facili da usare ma deleteri se ripetuti dieci volte di fila in altrettante righe;
  • i participi presenti usati come sostantivi (“i componenti il comitato”, “i frequentanti il corso”);
  • le terribili perifrasi (“con la presente siamo a comunicarle la variazione di…”).

Leggerezza è anche fluidità, è sciogliere i grumi di significati, distendendoli in frasi più agili che arriveranno meglio laddove devono; è potare senza pietà il fiorire di possessivi, avverbi, doppie negazioni; è arrivare in fondo a un periodo con la sensazione di aver percorso un sentiero fiorito, non di essersi arrampicati per una mulattiera cosparsa di pietroni.

Eleganza ed espressività
Nella comunicazione aziendale i testi sono quasi sempre di tipo professionale. Devono essere chiari, precisi, concisi.
Sembra non ci sia molto spazio per eleganza ed espressività, quando in realtà sono due alleate preziose per evitare di cadere nelle trappole del gergalese di cui accennavamo all’inizio.
Essere eleganti significa:

  • non usare parole sbagliate scambiandole per corrette (degradare per digradare);
  • parole inesistenti che abbiamo coniato per capirci “tra noi” ma che non hanno riscontro nel vocabolario;
  • parole logore (“eccellenza italiana”: quante volte l’abbiamo sentito? E chi crede ormai che ogni azienda sia “leader” nel proprio settore?);
  • parole imbruttite, povere derivazioni dall’inglese o deformazioni di termini italiani (schedulare la riunione, forwardare un documento).

Essere espressivi vuol dire:

  • spingersi un po’ più in là nella scelta della parola (“non mi piace il caffè”, “aborro il caffè”, “mi disgusta il caffè” vogliono dire grosso modo la stessa cosa, ma non esattamente la stessa);
  • mescolare registri diversi – con cautela – per vivacizzare la frase (antico e moderno, dotto e popolare, italiano e dialettale / straniero);
  • non abusare di metafore e figure retoriche, soprattutto se di nostra invenzione (le analogie servono per chiarire un concetto, ma se anziché riferirci a elementi comprensibili ne tiriamo in ballo di oscuri otterremo l’esatto contrario: “lugubre come il manto metallico del cavaliere morente” non è una buona scelta, per quanto possa suonarci poetica).

Consapevolezza
E infine la consapevolezza: sapere, cioè, che quando ci impegniamo a “capire” qualcosa lo facciamo mettendo in gioco ogni parte di noi, compresi i pregiudizi.
Provando a leggere tutti una stessa storia e poi a raccontarla per sommi capi, ci siamo accorti di come ciascuno scegliesse di dare risalto a un dettaglio piuttosto che a un altro, a volte finendo col viziare completamente i fatti descritti perché la narrazione partiva da un assunto infondato.

Essere consapevoli mentre si scrive (e si legge, e si parla) vuol dire affrontare il compito senza fretta, analizzare le premesse e le conclusioni, se necessario mettere in dubbio e verificare cose date per scontate. Sviluppare insomma uno spirito critico che metta al riparo da cadute nella faciloneria e nell’errore, che è tanto facile da commettere quanto difficile da riparare.

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